Capita poi di avere paura

Ho paura.
Ho paura quando le cose finiscono, si interrompono, quando inizio a pensare a tutte quelle inutili congetture del poteva.
Poteva essere
forse è stato
magari sarà.
Ho paura quando vedo troppa luce
ho paura di perdere
ho paura dei cambiamenti
ho paura dei silenzi
ho paura delle distanze
ho paura del Natale
ho paura di piangere all’improvviso
ho paura del buio
ho paura della paura
ho paura dei miei ritorni
ho paura dei ricordi
ho paura di dimenticare
ho paura dei miei muri troppo alti dai quali non riesco a vedere i cieli
c’è lì
ancora una rondine che non trova la strada
si è persa nell’inverno e non se ne vuole andare
non vuole nemmeno restare
È una rondine distante
ferma
e vicina al mio cielo.
ho paura di lei
la posso osservare senza avvicinarmi
e fa male
sapere che la paura più grande è quella di abbandonare.

Il maiale 2.0

Il maiale 2.0

Quindi mi arriva una richiesta di messaggio su instagram, un certo syl qualcosa vuole mettersi in contatto, accetto e si presenta così:
“Ciao! Bellissime foto! Ho creato questa pagina instagram come campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne. Ho pensato di rappresentare il silenzio attorno a questo problema con delle foto simboliche. Ti andrebbe di contribuire? Ognuno puo’ partecipare scattando una semplice foto”
Penso che wow l’idea mi piace gli parlo dei miei libri e delle tematiche che affronto, la collaborazione con l’airc e continuo chiedendo il link di un blog, un sito o una pagina Facebook dove posso reperire informazioni sul “progetto” che ovviamente non ha, quindi inizio a dare uno sguardo alle foto presenti nel suo profilo e mi convince sempre meno: signore e signorine avvolte in sciarpe strette che vagamente ricordano la tecnica del bondage, saturare con gli occhi lucidi, spettinate, trucco sbavato, credo che la pagina non rappresenti molto la violenza sulle donne e stavo quasi per scriverlo, poi mi arriva un altro messaggio dove aggiunge richieste su come queste foto dovrebbero essere scattate:
“Usa una sciarpa basta avvolgerla attorno coprendo solo la bocca, legandola dietro ben stretta deve sembrare come censurata. Anche un po espressiva verrebbe molto d’impatto. Mandamene più di una, anzi una serie così posso fare una selezione. Poi le posto…”
Capito ormai la maialata voglio vedere dove va a parare e gli mando una foto, senza tappare la bocca ma stringendo una rosa di carta tra le labbra, ovviamente inizia a dire che la foto é brutta e non é come l’aveva richiesta (lui mi voleva legata come un salame) e quindi io non vado bene per il suo progetto, nemmeno per la pagina e, tadaaaaaa! Mi blocca.
Sono indignata, schifata e arrabbiata, penso a tutte le donne morte in questi anni, penso ai pugni, i calci, le offese, la paura, soprattutto la paura con cui queste mamme, ragazze hanno dovuto convivere e tante altre che attualmente si trovano in questa situazione e non hanno il coraggio di denunciare; poi arriva il maiale in rete e si approfitta della campagna di sensibilizzare per farsi una sega, un pervertito, un povero demente…
Ragazze state attente a chi vi scrive sui social, mi rivolgo soprattutto alle giovanissime, non sapete chi c’è dall’altra parte dello schermo e il web spesso è luogo inquinato che ha deragliato rispetto ai presupposti di partenza, denunciate sempre.
Occhi aperti.

Se hai la sedia a rotelle non puoi accedere alle piste da bowling

L’ultimo controllo di Daniele è andato molto bene, i medici l’hanno trovato riposato, attivo, cresciuto e decisamente più ometto. Il dottore continua a proporci il compito di “rompere gli schemi” fare delle uscite senza spiegare il programma per ridurre i tempi di adattamento all’interno di un ambiente e situazione diversa dal solito, cosa non sempre fattibile ma l’estate e il bel tempo aiutano l’ardua impresa; c’è anche da dire che da quando è finita la scuola Daniele tollera molto di più i rumori forti, tanto da lasciarmi usare aspirapolvere e addirittura il frullatore senza scenate, urla o pianti isterici.

Insomma… Eravamo pronti per la spesa del sabato pomeriggio quando al parcheggio decidiamo di scendere giù al bowling; i ragazzi iniziano ad emozionarsi, increduli:

– Mamma sul serio?

– Siiii

– Che bello! Grazie 😍

Ma di cosa? Continuavo a pensare, caspita basta veramente poco per stupirli siamo diventati così abitudinari e noiosi? Il bowling era pieno di famiglie, l’aria buia intervallata da suoni e rombi improvvisi con crocchiate di birilli a terra, risatine ovunque accompagnavano piatti di fritti e code di bambini dirette verso gigantesche auto a gettoni che li sballottavano a turno divertiti. Mi giro e Daniele si stacca per andare verso le piste, affascinato, era la prima volta che li portavo e pensare che io ci ho passato l’adolescenza lì sotto; ricordo che c’era la macchina che stampava le foto a mini-stickers, riuscivamo a starci anche in 10 era quanto di più trasgressivo potessimo fare nei nostri piccoli 13 anni.

Vedo un gruppo di ragazzi che si prenota così mi inglobo e aspetto lasciandomi dondolare come un pupazzo a carica.

– Scusi! Vorrei prenotare per il bowling.

– Si non c’è molto da aspettare, una mezz’ora, prenoto?

– Certo! Quanto viene?

– 2,50€ a persona e 1€ per le scarpe.

Così penso che a Daniele le scarpe non servono, però quasi sicuramente avranno dei copri-ruote per la sedia a rotelle, allora chiedo ancora:

– Ma lui può accedere con la sedia a rotelle?

Noto da subito un forte disagio, il ragazzo si allontana, poi torna nervoso, dietro di me la fila inizia a spazientirsi, balbetta qualcosa ma non capisco così chiedo di alzare la voce e lui passandosi più volte la mano nei capelli prende fiato e dice:

– Magari può stare dietro, sul tappeto, vede

(Indicando l’esterno pista)

– Ma così non può giocare!

L’addetto sempre più agitato guarda l’aumentare della fila e la delusione nei miei occhi, non sa veramente cosa dirmi e aggiunge:

– Non è che non può giocare è che io dovrei chiamare il titolare

– Va bene, aspetto

– Ma vede oggi è sabato

(Di colpo inizia a darmi del lei)

– Si lo so che è sabato

– Dobbiamo fare un’autorizzazione

– La facciamo

– Signora è complicato!

Si volta verso il tipo dietro di me e continua a servire il resto delle persone, nessuno si accorge dell’accaduto, vengo assorbita nel flusso di persone e rigettata poco distante dalle piste; Daniele, Cristian e Manuel mi aspettavano vicino la rampa pronti a scendere.

– No ragazzi, c’è troppa fila e poi chiudono

– Come no? Per favore mamma!

– Ci torniamo un altro giorno, non c’è proprio posto.

Ero seria, delusa, arrabbiata.

Stavo mentendo e Cristian lo aveva capito.

Stavo mentendo per non farli sentire esclusi.

Stavo mentendo per non far vedere loro quanto il mondo fatichi ad adattarsi.

Stavo mentendo per non far sentire il peso di quella maledetta sedia a rotelle.

Stavo mentendo e mi faceva malissimo.

È un crimine escludere un bambino da una sala giochi.

È un crimine nel 2018 non avere degli stupidi copri-ruote in plastica.

 

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La Echos edizioni presenta in anteprima il nuovo libro di Katiuscia Girolametti

La copertina è stata realizzata da Davide del Vecchio.
La copertina è stata realizzata da Davide del Vecchio.

“[…]Katy entrò nel mio studio in Italia e subito mi resi conto che lei era diversa. Era alta, magra, bionda con occhi blu, nulla di ciò che di solito ci si aspetta di vedere in Italia. Aveva con sé i suoi “gemelli” accompagnata da suo marito. Appariva tranquilla, persino riservata.

A questo punto devo sentirmi in colpa poichè basandomi su una “prima impressione” non ero certo del modo in cui saremmo stati in grado di aiutare questa famiglia. Non basandomi su cosa NOI avremmo potuto fare, ma su cosa LEI avrebbe potuto fare.
Non ho mai avuto tanto torto in tutta la mia vita![…]”
Scrive così il dottor David Delacato (presidente della Delacato Internacional) di Philadelphia nelle prime pagine di “Numero 5” presentando l’autrice, il loro incontro ma conosciamola meglio:

Mi chiamo Katiuscia Girolametti, nel web mi conoscono come Katyg, romana classe 1984. Diplomata in lingue estere con master in marketing turistico. Conservo sin da bambina la passione per la scrittura, da quando mio padre per il settimo compleanno mi regalò un’olivetti, il suo sogno divenne poi la mia realtà. Ho una fantasia smisurata con la quale spesso entro in competizione con i miei due bimbi: Daniele (7 anni) e Manuel (5 anni), ci raccontiamo fiabe, storie e favole che molto spesso finiscono con la morte delle tartarughe ninja e le cicale fritte.

Il libro che sta per uscire si chiama “N°5 non è né un profumo né un mambo” edito dalla Echos edizioni, totalmente autobiografico narro il mio mondo, quello di mio figlio la famiglia, ironico e drammatico, la disabilità vista con coraggio da chi nella vita voleva solo essere nessuno.
La tournée inizierà il 5 luglio con tappa Torre Lapillo (Salento) in una delle meravigliose torri saracene al fianco di nomi importanti: l’autrice Daniela Sasso, il giudice del tribunale dei minori di Taranto, il cantautore Angelo Presta, psicologi e psicoterapeuti; tutti insieme nel sociale per una serata imperdibile.
A seguire: Marche, Milano, Isernia, Sorrento e Roma.

La copertina del libro è stata realizzata da Davide Del Vecchio studente frequentante l’istituto tecnico grafico di Milano, affetto da sindrome autistica.

Finita anche la seconda elementare

– Forza ci siamo quasi!
I bambini in fila per uno sull’ingresso della scuola, sorridevo a tutti perché in fondo Daniele anche se non ha mai detto i loro nomi sono convinta gli voglia bene; lo vedo da lontano abbracciato ai compagni che coprono la sedia a rotelle, sembra tutto così normale, il suo volto stanco, distrutto come chi ce l’ha messa veramente tutta, aumento il sorriso incrociando il suo sguardo, non vedo l’ora di tirarlo su e gridargli “è finita!” come al termine di una partita di calcio importante, come un gol su rigore al 90° minuto durante un derby, vorrei dirgli che è un vero campione e più mi avvicino e più in realtà mi vorrei fermare, lasciare eterno quel momento, fermare il mondo fuori, il caldo, la macchina lasciata aperta in doppia fila, la maglia schifosamente sudata e la voglia di correre altrove, di dire: basta! Come una guerra, siamo soldati o siamo genitori? Sono figli o sono pacchi? Sempre sotto prove, continui esami e, la gente? Gli altri? Sì quelli precisini, quelli che durante l’anno non si sentivano mai parlare ma a detta di tutti avevano sempre da ridire, anche loro, basta! Oggi abbassiamo le spalle, rilasciamo l’aria per qualche ora, nessuno ha vinto, anche quest’anno, come ogni anno; tutti credono sia una gara alla perfezione ma la serenità dov’è? Eccola, davanti i miei occhi, lui che ride con i suoi compagni e, proprio mentre ero nel vortice di confusione si avvicina l’insegnante di sostegno dicendomi:
– Grazie a te, voi due, questi sorrisi… Perché con Daniele ho imparato molte cose sono cresciuta quest’anno passato con lui, mi ha dato tanto e mi mancherà.
Ed era terribilmente sincera come le mie lacrime poco dopo.
Grazie Daniele perché riesci a rendere perfetta anche me.

Auguri a tutte le mamme che non possono avere figli e sono mamme straordinarie

La mia bambina il 22 settembre compie 10 anni.
Si chiama Vittoria ed è la mia piccola copia: ricciolina, biondiccia, occhi azzurri e bocca carnosa.
E’ nata nel 2008 io in quell’anno lavoravo come hostess sulla Laurentina, avevo la punto blu tre porte e per radio spopolava Jovanotti con il nuovo brano “A te”. Come tutti i turnisti non avevo orari fissi per mangiare, mi ritrovavo a cenare con la colazione oppure fare colazione con la pizza del pranzo, in casa non c’ero mai, ero sposata da un anno e ad ogni rietro vedevo ancora i regali di nozze da sistemare fermi in un angolo, nessuno li toccava, quel loro essere inanimati, fermi, nemmeno la pianta grassa si era seccata
una sera la presi la buttai nel secchio
così senza un motivo.
Ero stanca.
Terribilmente stanca.
Nascondevo i primi mesi di gravidanza stringendomi nella gonna a tubo avvitata alta e nei ritagli di tempo cercavo qualche offerta per il trio: carrozzina, passegino, ovetto; che per mia fortuna trovai ad un prezzo imbattibile.
Mio marito lo vedevo pochissimo i nostri discorsi erano:
– Riesci a portare qualcosa per cena o mi arrangio anche stasera?
Spesso la mia risposta era la seconda.
Sapevo a memoria i giorni di coda sul racordo, dal finestrino mi divertivo ad immaginare le vite degli altri, inventavo i loro nomi, situazioni imbarazzanti; viaggiavo con la divisa attaccata alla maniglia alta del sedile posteriore e quando aprivo il finestrino il foulard mi svolazzava ovunque spargendo nella macchina l’odore di panni appena stirati.
Sapeva di nuovo, di vita che cresce.
Sapeva di soddisfazione, orgoglio.
Avevo 23 anni, un buon lavoro, un marito, una casa tutta mia e la bimba in arrivo.
Avevo 23 anni, fui licenziata per scadenza contratto, un marito distrutto, le spese di casa da pagare, un aborto e un tumore.
Vittoria non è mai nata, al suo posto arrivò un tumore e la diagnosi di non poter avere figli, la ditta mi licenziò alla scadenza del contratto perchè seppero dei miei problemi di salute e poi da lì come un sasso sulla cima della montagna che scende di corsa
una valanga
sepolta.
Dalle macerie ho costruito tutto di nuovo, impiegando anni senza mai mollare la presa, spesso mi sono persa, certo anche adesso mi succede.
In questo nuovo mondo ho avuto due figli.
In questo nuovo mondo ho lasciato all’irrazionalità la piena padronanza dei sogni creando un mio double gender di una terra immaginaria.
In questo nuovo mondo sono portavoce della disabilità.
In questo nuovo mondo scrivo, dipingo e parlo di emozioni.
In questo nuovo mondo non esistono porte e ogni luogo si può raggiungere.
In questo nuovo mondo ho deciso di tornare bambina perchè a volte bisogna farsi piccoli per risolvere i problemi grandi.
Vittoria mi manca ogni giorno, l’ho persa al quinto mese di gravidanza, sarebbe stata una bambina meravigliosa e il 22 settembre di quest’anno avrebbe compiuto 10 anni.
Si avvicina la festa della mamma e i miei auguri vanno a tutte quelle mamme che non possono avere figli e che sono mamme straordinarie.
Vi prego, non smettete mai di credere che tutto può accadere.
Auguri.
#katyg


 

La psicologa Giulia Capone ci spiega come tutelarsi e riconoscere un manipolatore affettivo

Ho incontrato per voi la psicologa Giulia Capone che a seguito di un attenta analisi a “Firmato tua F.” quando dell’amore diventi vittima, risponde ad alcune domande per tracciare un volto al manipolatore affettivo.

 

Dottoressa Giulia Capone
Dottoressa Giulia Capone

Chi si cela dietro la maschera del narcisista?

così d’istinto ti dico che molto spesso c’è un bambino/a fragile, non ascoltato nei suoi bisogni più
intimi e profondi, un bambino che non è stato visto nella sua realtà, nella sua vera natura, che non
ha sperimentato su di sè uno sguardo d’amore, uno sguardo empatico e accogliente, ma anzi è stato
criticato. Un bambino che per ricevere le attenzioni che desiderava per sè ha dovuto realizzare
prima i desideri narcisistici delle sue figure di accudimento, di genitori, di adulti infantili e immaturi.
Un bambino che ha provato vergogna, che si è sentito impotente e sofferente ed ha trasformato
quel dolore in un senso di trionfo ed onnipotenza, da cui l’altro è escluso. Un bambino che una volta
divenuto adulto si è identificato con il suo aggressore, promettendo a se stesso di non soffrire più,
prendendosi così una sorta di rivincita. Si possono individuare due tipologie di narcisista: uno più
inconsapevole, il “pavone” che vuole essere sempre al centro della scena, ammirato, esaltato, l’altro
è solo uno specchio che va bene se gli rimanda l’immagine che egli desidera. Ma viene messo via,
all’angolo se osa contraddirlo. “Specchio specchio delle mie brame chi è la più bella del reame?”
Come la regina cattiva quando lo specchio risponde che è Biancaneve la creatura più bella, il
narcisista si infuria, esprime una rabbia cieca, la famosa rabbia narcisistica, invidia, distrugge e
allontana l’oggetto che non riflette la risposta desiderata e che infine gli causa emozioni negative. E
poi c’è il narcisista ipervigilante, lo “struzzo” quello che si nasconde, l’evitante, la vittima,
l’inconsolabile. Non meno vanesio del pavone. Quello che per dirla con la battuta di Nanni Moretti: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” È dimesso,
sospettoso, ma ha fantasie di grandiosità, non si sente compreso dagli altri che non sono mai al suo
livello, considerati inferiori, poco intelligenti e sensibili, mai all’altezza. Entrambi però inseguono un
ideale di perfezione, di unicità, si sentono speciali e non vogliono danni all’immagine di sè.

Come possiamo riconoscere un uomo narcisista?

Io lo riconosco attraverso un’emozione. La noia. Che non si manifesta nell’immediato, anzi.
Inizialmente il narcisista appare brillante, trasgressivo, intrigante, intelligente. Propone cose nuove e,
esagerate. Ti attira nella sua casa di marzapane, come la strega di Hansel e Gretel. Ma ben presto
si stanca, subendo la mancanza di stimoli, la routine lo annienta. “È un sole pavone che non dà
calore” per citare i tuoi versi. La noia è una barriera, mette una distanza tra noi e l’altro. È mancanza
d’intimità. Ecco, quando con il mio interlocutore non provo complicità, non mi diverto, non c’è
sentimento, non c’è feeling, non c’è calore, questo mi fa sospettare che sono in presenza di un
narcisista. Il narciso non può accedere al mondo degli affetti, la sua emotività è congelata. Entrare in
essa lo terrorizza, perché significherebbe sentire, il calore umano così come la freddezza, insita e
possibile in ogni relazione. Nell’ Amare e nell’essere amati si corre sempre il rischio di soffrire, di
vivere. Il narciso non può permettersi di essere vulnerabile, di avvicinarsi alla ferita narcisistica
provocata da chi in un tempo passato non ha saputo rispondere ai suoi bisogni di rispecchiamento e
riconoscimento. Non può concedersi di sentire. E di contro il mio non sentire nei rapporti, che siano i
pazienti o le relazioni, mi fa riconoscere un aspetto narcisistico.

Chi sono le sue “prede” preferite?

Nella mitologia Narciso, cacciatore famoso per la sua bellezza, respinge tutti i suoi pretendenti,
uomini e donne, giovani e anziani si innamorano di lui, subendo ognuno lo stesso destino di
disprezzo. Aminia, l’unico corteggiatore che non si dà per vinto finirà per trafiggersi l’addome con
una spada donatagli dallo stesso Narciso. Ancora una canzone, questa volta De Andrè, ballata
dell’amore cieco : “un uomo onesto, un uomo probo si innamorò perdutamente d’ una che non lo
amava niente”
Eco, un’ altra delle prede di Narciso, è destinata a ripetere le parole finali e di altri, a non poter mai
iniziare un discorso, a non poter prendere l’iniziativa, a non poter esprimere il suo bisogno. Ecco le
compagne e i compagni dei narcisi spesso devono ammirarli, celebrarli, essere il pubblico delle loro
performance, facendo da eco alle loro parole. A volte sono persone insicure, bisognose, che hanno
smesso di chiede pensando di non averne diritto.
Possono essere altresì persone attratte dalla bellezza, dal potere, dal successo. Il narciso dà un
grande valore al proprio corpo, che può curare in maniera quasi maniacale, andando in palestra,
vestirlo con abiti alla moda e cospargendolo con prodotti di bellezza. Il narcisista è ambizioso,
intelligente e quindi spesso ricopre incarichi di importanza, ha uno stile di vita più che benestante,
viaggi, macchine di lusso, status symbol non gli mancano. Ognuno di noi potrebbe subire il fascino
di un narcisista. Nelle prime fasi del rapporto è romantico, ammaliatore, coinvolgente, sensuale. Si
mostra sicuro di sé e sensibile, narra anche le sue fragilità, nelle donne scatta la sindrome della
crocerossina “io ti salverò” negli uomini si attiva il principe azzurro che deve liberare la principessa. “Devi camminare al mio fianco per non cadere, ed io ti amai subito” E nel mentre che si rivela,
mostrando la sua avidità di richieste che non sembrano trovare sazietà.

Come si comporta in amore un manipolatore affettivo? 

In amore, così come nelle altre relazioni interpersonali, il narcisista usa gli altri come accessori,

come orpelli, come un’estensione di sè, attraverso i quali può ricevere ammirazione e stima. Cerca
conforto, una devozione assoluta, una simbiosi, ma se il partner chiede reciprocità, condivisione,
una vicinanza nella difficoltà e nei successi, si tiene alla larga. “TI AMO. CAZZI TUOI”. Riempie la
sua vita di altri, di oggetti esterni per colmare un vuoto interno. Si comporta come un Don Giovanni,
colleziona le sue prede senza però desiderarle. Può corteggiarle a lungo ma una volta conquistate le
abbandona. È un seduttore, le iperboli nel linguaggio le sue frecce, il suo repertorio è fatto di frasi
piene, ma svuotate di significati, accattivanti ma ridondanti. Vuole creare interesse nell’altro senza
esserne realmente interessato, non gli importano le risposte, lo scopo dei suoi discorsi è solo quello
di stupire, di creare consenso intorno a sè, di trasmettere senza curarsi se l’altro sta ricevendo. Mi
viene in mente la canzone di Carmen Consoli “narciso trasparenza e mistero, parole di burro
nascondono proverbiale egoismo nelle intenzioni, sublime apparenza, raccontami le storie che ami
inventare, conquistami, inventami dammi un’altra identità, stordiscimi, disarmami e infine colpisci,
abbracciami ed ubriacami di ironia e sensualità

Esistono dei metodi per sopravvivere a un narciso?

Scappare. “Ma quale fascino latino, quale aria da bambino? Alla fiera degli sconti vali meno di un
burattino” Al di là della battuta, il mio suggerimento è quello di non annientarsi, snaturarsi per
l’altro, accogliere il partner narcisista nella sua ambivalenza, accettarlo e rispondere in maniera
empatica, mantenendo i propri spazi di autonomia, conservando i propri tempi, non lasciare che
vengano invasi né colonizzati, ascoltare i propri desideri e bisogni, insieme ed accanto a quelli
dell’altro, provando a realizzarli.

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Vorrei ringraziare la dottoressa Giulia Capone per la sua disponibilità e professionalità

Disabilità e musica

Siamo a – 1 😁
Domani uscirà sul mio canale YouTube, in anteprima assoluta, “un mondo ovale” quando la disabilità diventa musica. Un brano ispirato alla quotidianità di noi genitori con figli speciali, un testo che racconta le speranze spesso perse, le preghiere urlate, i silenzi, i silenzi degli sguardi vuoti, le notti insonni che scoprirai essere eterne per poi accorgerti che “niente è così imperfetto come noi, in questo mondo ovale” già perché in fondo, non c’è niente di speciale nell’essere normale. Vorrei ringraziare il cantautore Angelo Presta per aver dato un cuore con la sua musica e voce, Fabio Masi per gli arrangiamenti e la parte grafica, non ultimi, tutti voi che continuate a seguirmi. 💕
Iscriviti al mio canale YouTube e resta sempre aggiornato sulle novità:
Canale YouTube Katyg 🔝💯

Mica è il compleanno degli autistici!

Vorrei precisare una cosa:
il due aprile non si festeggiano gli autistici! La giornata della consapevolezza ha uno scopo diverso e ben più importante, vedetela come un raduno, una rimpatriata di vecchi amici mai conosciuti, immaginatela con vista mare, davanti un falò a raccontare ognuno la sua storia, chi da mamma, nonna, zia, cugina, fratello… Ognuno di noi ha la sua esperienza da far conoscere, molto spesso sono storie divertenti, di anormalità, di pianti e Madonne, spesso ci blocchiamo per incomprensioni ma il vero ostacolo della disabilità è che in fondo, gli altri, i normali intendo, non la conoscono, non hanno la minima idea di cosa sia, provano pena per noi e, sinceramente la pietà non ci aiuta, sapete cosa realmente aiuta? Assumere la consapevolezza della disabilità, questo mondo esiste che voi lo vogliate o no, l’inclusione, la condivisione e la comprensione sono la chiave di apertura. Né ho sentite molte di cattiverie, soprattutto in quest’ultimo mese, ma d’altronde esporsi vuol dire anche questo: accettare quelle persone che provenienti dal medioevo, danno la caccia alle streghe e ogni sera prendono lo Xanax dopo anni di cura dallo psicologo e vengono a dirmi “si ma tu hai un figlio così…” ecco, questa gente ha bisogno di essere aiutata, i veri malati sono loro che cercano la perfezione nel vuoto che li circonda, nei rapporti occasionali, nella facilità pagata a prezzo di rinuncie. Non fermatevi mai, non abbattetevi, andate oltre le critiche, noi siamo l’unica voce che può urlare una vita più umana per i nostri familiari disabili. L’autismo non è un mostro da combattere ma un bambino da proteggere.
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Ma questo autismo, che cos’è?

L’autismo è quando D. si sveglia e vuole sedersi al suo posto, con vista fuori.
L’autismo è quando D. beve il succo dal bicchiere verde e l’acqua su quello bianco.
L’autismo è quando D. si tappa le orecchie per una moto che passa in strada.
L’autismo è quando D. va a scuola come un bambino andrebbe in guerra.
L’autismo è quando D. sistema le macchinine tutte in fila.
L’autismo è quando D. ha mal di pancia e si tira forte i capelli.
L’autismo è quando D. mi graffia il viso se sta tanto male.
L’autismo è quando D. si scotta il dito e non sente dolore.
L’autismo è quando D. conta tutti i paletti del guard rail in autostrada.
L’autismo è quando D. misura mentalmente quanta coca cola rimane nella bottiglia.
L’autismo è quando D. non tocca le cose viscide o polverose.
L’autismo è quando D. non vuole restare nei luoghi con troppe persone.
L’autismo è quando D. fa girare tutti gli oggetti rotondi.
L’autismo è quando D. non cammina sulle mattonelle nere.
L’autismo è quando D. si arrabbia e non ascolta nessuno.
L’autismo è quando D. si chiude nel suo mondo per ore, senza me.
Essere mamma di un bambino autistico è come essere mamma di un bambino non autistico, l’unica differenza è quella che vedete voi.